Il senso dell’orientamento si può “allenare”? Sì, ecco come

Non si tratta di una qualità innata, tantomeno genetica, con la pratica il rischio di perdersi sarà un’ipotesi lontana

Perdersi è un’esperienza comune, soprattutto in luoghi sconosciuti o privi di punti di riferimento chiari. Tuttavia, per alcune persone, questa situazione si verifica con maggiore frequenza, portando alla convinzione diffusa che il senso dell’orientamento sia una qualità innata. Ma è davvero così? Diversi studi nel campo della psicologia dello sviluppo e delle scienze cognitive cercano di fare luce sulla variabilità individuale di questa capacità.

Dall’ambiente alla predisposizione genetica

Numerose ricerche suggeriscono che il senso dell’orientamento sia influenzato più da fattori ambientali, abitudini e comportamenti che da predisposizioni genetiche. Un esempio significativo è uno studio pubblicato nel 2020 sulla rivista “npj Science of Learning”, condotto dalle psicologhe Margherita Malanchini e Kaili Rimfeld. Questo studio ha esaminato la capacità di orientamento di 2.660 gemelli monozigoti e dizigoti, scoprendo che i fattori ambientali non condivisi, ovvero le esperienze uniche di ciascuna persona, giocano un ruolo cruciale, mentre la componente genetica è trascurabile.

Risultati simili sono emersi da un esperimento su larga scala descritto in un articolo del 2021 su “Topics in Cognitive Science” Utilizzando il videogioco Sea Hero Quest, sviluppato per scopi scientifici, i ricercatori hanno analizzato le prestazioni di 3,9 milioni di persone provenienti da 63 paesi. I dati hanno rivelato che la capacità di orientamento peggiora con l’età, ma soprattutto che esistono significative differenze culturali. I partecipanti dei paesi nordici, abituati fin dall’infanzia a esercizi di orientamento, ottenevano risultati migliori, suggerendo una forte componente culturale nell’abilità di orientarsi.

Quanto conta dove si cresce

Un’altra interessante scoperta riguarda il luogo di crescita: chi è cresciuto in campagna tende a orientarsi meglio rispetto a chi è cresciuto in città. Anche all’interno del contesto urbano, la struttura della rete stradale influisce sulle capacità di orientamento. Ad esempio, gli abitanti di città con reti stradali caotiche se la cavano meglio di quelli che vivono in città con vie regolari.

Il genere non conta

Un luogo comune diffuso è che gli uomini siano naturalmente più dotati di senso dell’orientamento rispetto alle donne. Sebbene i dati mostrino prestazioni migliori per gli uomini, questa differenza varia notevolmente tra i paesi ed è parzialmente attribuibile alle disuguaglianze di genere. Nei paesi nordici, la differenza è quasi inesistente, mentre è molto marcata in regioni come il Medio Oriente, dove le restrizioni culturali limitano l’esplorazione autonoma per le donne.

Un ulteriore studio del 2022 sugli Tsimane, una comunità indigena dell’Amazzonia boliviana, ha rivelato che in contesti non industrializzati, uomini e donne mostrano capacità di orientamento simili, senza significative variazioni con l’età. Questo suggerisce che le differenze osservate nelle società occidentali siano principalmente dovute a fattori culturali.

Le inclinazioni personali

Secondo David Uttal, psicologo della Northwestern University, il senso dell’orientamento è influenzato anche dal carattere e dalle inclinazioni personali. Le attività all’aperto, come l’escursionismo e il ciclismo, così come i videogiochi che richiedono esplorazione spaziale, possono migliorare questa capacità. Tuttavia, l’uso frequente del GPS potrebbe avere un effetto negativo, riducendo la capacità di orientarsi senza aiuti tecnologici.

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Immagine | Unsplash @TomWheatley – Montagneracconta.it

Le attività che migliorano il senso dell’orientamento lo fanno di solito influenzando lo sviluppo di due abilità specifiche in particolare, che distinguono i «bravi navigatori» dai «navigatori imprecisi», secondo uno studio di revisione degli psicologi cognitivi statunitensi Steven Weisberg e Nora Newcombe. Una, più semplice da acquisire, è la capacità di memorizzare punti di riferimento in sequenza lungo un certo percorso. L’altra è la capacità di creare e consultare all’occorrenza mappe mentali dei luoghi visitati: capacità che implica quella di collegare mentalmente punti di riferimento diversi.

Dallo studio di Newcombe e Weisberg emerse che le persone dotate di entrambe le capacità sono in generale più brave anche in alcuni test cognitivi specifici, come quello che richiede di ruotare solo mentalmente e non manualmente due oggetti simili, per indicare se siano uguali o diversi. Sono anche persone che nei test di alcuni fattori della personalità ottengono punteggi tendenzialmente più alti rispetto a tre dimensioni: l’apertura, l’estroversione e la coscienziosità. L’apertura indica la curiosità e l’atteggiamento positivo verso le nuove esperienze. La coscienziosità indica la diligenza e la determinazione nel portare a termine le cose. E l’estroversione indica la tendenza a dirigere più risorse psichiche verso gli oggetti e le circostanze del mondo esterno che verso le considerazioni soggettive e intuitive.

L’importanza della pratica

Alcuni esperimenti condotti su persone a cui era richiesto di muoversi in ambienti virtuali suggeriscono che la capacità di orientamento nello spazio sia migliorabile, anche notevolmente, attraverso la pratica. Non è tuttavia chiaro se i miglioramenti mostrati in ambito sperimentale implichino che anche il senso dell’orientamento nel mondo reale sia migliorabile negli stessi termini. Un’idea sostenuta in uno studio pubblicato nel 2020 su Scientific Reports e condotto dalle neuroscienziate Louisa Dahmani e Véronique Bohbot è che l’utilizzo abituale del GPS possa avere un impatto negativo sulle capacità di orientamento.

Dahmani e Bohbot reclutarono 50 giovani adulti con diversi livelli di familiarità con l’utilizzo del GPS alla guida, e chiesero loro di muoversi in spazi virtuali senza poterlo usare. Scoprirono che i partecipanti più abituati a utilizzare il GPS nella guida quotidiana ottenevano punteggi peggiori. Un successivo studio di follow-up condotto tre anni dopo su 13 volontari confermò che le persone che avevano utilizzato di più il GPS nel periodo intermedio avevano peggiorato più degli altri le loro capacità di guida senza GPS in ambiente virtuale.

Una questione mentale

Secondo Uttal il GPS potrebbe tuttavia fornire indicazioni utili alle persone desiderose di migliorare il senso dell’orientamento. Un modo utile di utilizzarlo con questo obiettivo è prestare attenzione ai punti cardinali indicati sulle mappe, e partire da quelli per provare a costruire delle proprie mappe mentali. Ma esistono comunque differenze individuali molto significative nel modo in cui le persone riescono a creare e utilizzare mappe mentali.

Come scritto dallo psicologo statunitense David Ludden, professore al Georgia Gwinnett College, chi se la cava molto bene a orientarsi nello spazio non dovrebbe pensare che sia facile per chiunque. E allo stesso modo chi si perde con una certa facilità non dovrebbe scoraggiarsi, perché è una cosa che succede a moltissime persone. E se queste persone «riuscissero a smettere di preoccuparsi di perdersi, potrebbero anche scoprire di essere più brave di quanto pensano».

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